Legge elettorale in Aula: emendamento 'anti‑Vannacci' obbliga firme cartacee, il generale sfida Meloni

Domani la riforma arriva alla Camera: emendamento blindato del centrodestra esclude le esenzioni per i nuovi gruppi e scatena lo scontro politico.

A cura di Redazione Redazione
25 giugno 2026 19:03
Notizia verificata · Fonte: dire.it · Vedi fonti
Legge elettorale in Aula: emendamento 'anti‑Vannacci' obbliga firme cartacee, il generale sfida Meloni -
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La legge elettorale approda domani nell'Aula della Camera dopo giorni di scontri e diatribe in Commissione. Un emendamento, definito dal centrodestra come misura filtro, vincola l'esenzione dalle firme solo ai gruppi parlamentari costituiti entro il 31 dicembre 2025, costringendo partiti come Futuro Nazionale a raccogliere le firme cartacee per poter accedere alle liste.

Nel cuore della polemica c'è la figura di Roberto Vannacci, il generale passato alla politica che nei sondaggi registra un rapido exploit. Con un post sui social Vannacci ha lanciato un duro invito a Giorgia Meloni: «Se veramente Meloni e Fratelli d'Italia vogliono le preferenze... proibisca ai capigruppo della coalizione di chiedere il voto segreto». La provocazione punta a mettere in evidenza, secondo il leader, chi nella coalizione si oppone a una maggiore trasparenza sul voto.

L'emendamento è nato con l'assist del Terzo Polo: l'idea di limitare l'esonero dalle firme ai soli partiti con gruppo autonomo proviene da Azione e dai liberaldemocratici. Il centrodestra ne ha poi fatto propria la versione finale, introducendo la scadenza di fine 2025 che per ora lascia fuori i gruppi piccoli come Futuro Nazionale, che conta oggi appena 8 deputati e rimane nel Gruppo Misto per mancanza di quorum.

Le reazioni in Parlamento non si sono fatte attendere. Dal centrodestra Edoardo Ziello ha parlato di una «marchetta per Azione», accusando la maggioranza di favorire chi è fuori dal perimetro del governo. Dal centrosinistra Matteo Richetti ha preso la parola per sottolineare il peso elettorale del Terzo Polo: «Non accettiamo lezioni da FN, noi alle ultime Politiche abbiamo preso due milioni di voti», ha detto in aula.

Il dossier sulle preferenze ha rischiato di far saltare l'intesa nella maggioranza: Fratelli d'Italia spinge per un modello con capolista bloccato per tutelare i big e preferenze libere per gli altri, una formula che richiama il cosiddetto "modello toscano" e, sul piano nazionale, richiami all'Italicum del 2015. Per scongiurare la rottura si è svolto un vertice a porte chiuse tra esponenti meloniani e rappresentanti della Lega. La Lega, secondo quanto emerso, ha anche minacciato il ricorso al voto segreto in Aula per far saltare la riforma nel caso di un blitz solitario di FdI.

Un altro elemento che complica il percorso dei piccoli partiti è stato introdotto dalla ministra per le Riforme, Elisabetta Casellati, che ha bocciato l'utilizzo dello SPID o della firma elettronica per le sottoscrizioni, motivando la scelta con il rischio di «abusi». La decisione ha innescato critiche dal centrosinistra: Chiara Braga (Pd) ha accusato Meloni di avere «paura di perdere» e di voler modificare le regole democratiche per blindare la posizione della maggioranza.

I tempi sono stretti: ieri la Commissione Affari Costituzionali ha votato il mandato ai relatori e ha licenziato il testo con l'applicazione di una tagliola sugli emendamenti, suscitando le proteste delle opposizioni. Domani in Aula si aprirà la fase della discussione generale, prima tappa di un calendario di votazioni che verrà definito nel corso di luglio e che potrebbe decidere il destino della riforma elettorale.

Alla vigilia dell'approdo in emiciclo, i protagonisti della maggioranza e dell'opposizione danno la sensazione di essere pronti a un confronto acceso: la posta in gioco è la definizione delle regole che orienteranno la competizione per la prossima legislatura e la capacità dei partiti di presidiare la trasparenza del voto e l'accesso alle liste.

Fact Check

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Verificato il: 25 giugno 2026

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