Livolsi: "Gli investimenti contro il caldo devono diventare politica industriale"
Il professore Livolsi avverte: ondate di calore costano a imprese e Paesi, serve trasformare la resilienza climatica in priorità industriale.
L'estate del 2026 ha lasciato un messaggio chiaro: il caldo estremo non è più una parentesi stagionale ma un fattore strutturale per la competitività del Paese. Lo afferma Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore di Livolsi & Partners, che invita a trasformare gli investimenti contro il caldo in una vera e propria politica industriale.
Dati e stime
Secondo Livolsi, la stampa internazionale ha già messo in evidenza l'impatto economico delle ondate di calore: Le Monde stima che in Francia caldo, siccità e incendi potrebbero costare fino a 15 miliardi di euro nel 2026, mentre il Guardian riporta perdite per 4,4 miliardi di sterline nel Regno Unito entro luglio. Un'analisi citata da Livolsi di Allianz Trade individua nei 30 °C la soglia oltre la quale gli effetti economici peggiorano rapidamente: tra 30 e 35 °C la produzione oraria diminuirebbe in media di circa il 3% per grado aggiuntivo, mentre i consumi energetici crescerebbero dell'1,2% per grado.
Livolsi sottolinea inoltre che, se si ripetessero tra il 2026 e il 2030 gli anni più caldi del decennio precedente, la perdita cumulata per l'Italia potrebbe raggiungere i 147 miliardi di dollari. Queste cifre pongono il fenomeno del caldo estremo al centro del dibattito sulle crescita economica e sui conti pubblici.
Settori esposti e rischi finanziari
L'impatto riguarda in particolare settori con elevata esposizione climatica: agricoltura, edilizia, turismo, logistica e manifattura. Livolsi evidenzia anche la fragilità del patrimonio immobiliare e delle infrastrutture progettate per condizioni climatiche diverse dalle attuali: le città densamente costruite e gli edifici non adeguati amplificano il problema.
C'è poi un effetto sui mercati finanziari e sull'assicurabilità dei rischi: l'aumento della frequenza e dell'intensità degli eventi estremi rende più difficoltosa e costosa la copertura assicurativa di abitazioni, stabilimenti e attività. Quando un bene diventa difficilmente assicurabile, diventa anche meno finanziabile: banche e investitori incorporano maggior rischio e richiedono rendimenti più alti, con potenziali ripercussioni sul valore degli immobili e sui bilanci di imprese e Stato.
Proposte operative per la politica industriale
Per difendere la capacità produttiva, Livolsi chiede un approccio multisettoriale: raffrescare in modo efficiente fabbriche, uffici, scuole e ospedali; adeguare le reti elettriche e idriche; ripensare gli orari di lavoro nei settori esposti; incrementare il verde urbano; proteggere le vie di comunicazione; e incentivare sistemi assicurativi che premiano la prevenzione.
Secondo l'analisi, anche la programmazione delle risorse pubbliche ed europee dovrebbe essere valutata lungo la direttrice della resilienza e non solo della riduzione delle emissioni: "la transizione climatica non può limitarsi allo sforzo di abbattere i gas serra", ricorda Livolsi, "serve anche investire per evitare perdite future di produzione, reddito e patrimonio".
Verso un cambio di paradigma
Livolsi mette in guardia contro la logica degli interventi ex post: in Italia le emergenze sono spesso affrontate con stanziamenti dopo il danno. Per il professore è necessario rovesciare quella logica e considerare gli investimenti nella resilienza non come un costo aggiuntivo, ma come una misura per salvaguardare competitività e bilanci.
L'appello arriva al mondo politico, alle imprese e agli operatori finanziari: l'estate del 2026 ha dimostrato che il caldo estremo produce effetti economici misurabili e duraturi, e pertanto richiede politiche industriali e infrastrutturali adeguate per mitigare i rischi e ridurre le perdite future.
Fact Check
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Fonte:
Verificato il: 09 settembre 2026