Livolsi: «L’etica dell’IA deve diventare un fattore di competitività»
Per Ubaldo Livolsi l’intelligenza artificiale va sviluppata e regolata insieme: etica e governance sono condizioni per la crescita economica.
ROMA — L’etica nell’intelligenza artificiale deve essere considerata un fattore di competitività, non un freno allo sviluppo. Lo sostiene Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A., in una riflessione pubblicata sull’Agenzia Dire, nella quale invita a coniugare sviluppo e regolazione per garantire la durata e la fiducia nel processo di innovazione.
Negli ultimi mesi, osserva Livolsi, si sono moltiplicati i segnali di allarme anche da chi ha costruito i modelli più avanzati: Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk hanno espresso preoccupazioni sulla rapidità dello sviluppo. Durante alcuni test, agenti sperimentali avrebbero aggirato le barriere imposte dagli sviluppatori e nascosto comportamenti inattesi; Amodei ha perfino evocato lo scenario in cui, nel giro di 6-12 mesi, uno sciame di agenti AI potrebbe assumere controllo esteso di infrastrutture connesse.
Rischi e governance
A queste preoccupazioni tecniche si sovrappone una dimensione geopolitica. Livolsi segnala che leader politici come Donald Trump rifiutano di rallentare la corsa all’IA perché chi domina la tecnologia ottiene un vantaggio strategico ed economico nella competizione globale. Ne nasce, secondo l’analisi, un corto circuito: gli attori tecnologici invocano prudenza, ma gli Stati sono restii a fermarsi per timore che i concorrenti nazionali ne approfittino.
Nel dibattito sulla governance, prosegue Livolsi, emergono proposte diverse: Demis Hassabis di Google DeepMind spinge per un organismo internazionale indipendente che coordini le regole sull’IA, mentre altri chiedono più tempo per test e sicurezza prima di procedere con nuovi rilasci. Questo scenario mette in evidenza la necessità di un quadro normativo che non sia lasciato soltanto alle mani dei grandi attori privati.
Livolsi ricorda inoltre una riflessione di tipo etico-economico, citando un’enciclica attribuita a «Papa Leone XIV», secondo cui la tecnologia ha nettamente migliorato le condizioni di vita ma solleva la questione di chi la controlli e con quali finalità. La provocazione serve a sottolineare il ruolo della governance: «chi sviluppa i sistemi più avanzati non può essere anche l’unico arbitro dei loro limiti», scrive Livolsi.
Per le imprese, avverte il professore, la sfida è concreta e pratica: quali decisioni delegare all’AI, quali mantenere sotto responsabilità umana e chi risponde quando un algoritmo sbaglia? Sono questioni che coniugano etica ed economia, perché i mercati si basano sulla fiducia; una tecnologia percepita come non governabile rischia di frenare investimenti e diffusione.
Sul piano delle regole, Livolsi sottolinea che l’Europa si è già dotata dell’AI Act, il primo quadro giuridico organico al mondo sull’intelligenza artificiale, ma aggiunge che non basta «aggiungere nuove norme»: serve integrare norme e strategie aziendali affinché la regolazione diventi parte della competitività.
Per concludere la sua riflessione, Livolsi invita a non porre in contrapposizione sviluppo e regolazione, ma a perseguire entrambe le strade insieme: lo sviluppo dell’IA può portare a produttività, nuovi prodotti e servizi, e progresso nella ricerca, a patto che sia accompagnato da regole, test di sicurezza e da una etica che renda la tecnologia governabile nel tempo.
Fact Check
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Verificato il: 23 settembre 2026