Eurallumina: quattro operai occupano il forno a 60 metri, vertenza in vista del tavolo ministeriale

Sit-in a Portovesme: i lavoratori salgono sul silo e chiedono stanziamenti immediati per evitare rischio ambientale e fallimento.

A cura di Redazione Redazione
22 ottobre 2026 11:34
Notizia verificata · Fonte: dire.it · Vedi fonti
Eurallumina: quattro operai occupano il forno a 60 metri, vertenza in vista del tavolo ministeriale -
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Quattro operai di Eurallumina si sono arrampicati questa mattina sulla sommità del forno di calcinazione statico nello stabilimento di Portovesme (Cagliari), a oltre 60 metri d'altezza. L'azione, compiuta durante il sit-in e l'assemblea dei lavoratori, è stata annunciata alla vigilia del tavolo convocato domani al ministero delle Imprese: «Ora risposte», dicono i lavoratori, che chiedono interventi immediati.

I manifestanti spiegano che l'occupazione è un segnale rivolto a governo, ministeri, Regione ed enti locali, e che il presidio ai cancelli sostiene l'iniziativa. I quattro sul forno affermano che la loro presenza vuole sollecitare indicazioni concrete sulle soluzioni industriali e occupazionali per lo stabilimento.

Contesto e trattative

Negli ultimi mesi la vertenza è marcata da quella che i lavoratori definiscono un'inconcludenza inaccettabile. I 9,6 milioni annunciati nel dicembre 2025 sono stati erogati solo in parte, e il tavolo del 15 settembre si è chiuso senza risultati concreti, con l'ipotesi — ancora fumosa — di un'amministrazione controllata affidata a un commissario ad hoc.

L'1 ottobre i rappresentanti dei lavoratori hanno denunciato pubblicamente che, senza risorse immediate, l'azienda era ormai avviata verso l'insolvenza. Il 13 ottobre, per la prima volta, si sono seduti allo stesso tavolo ministeri, Agenzia del demanio, Regione, provincia, comune di Portoscuso e il Comitato di sicurezza finanziaria, ma quella riunione si è svolta senza i rappresentanti dei lavoratori e si è chiusa senza stanziamenti e senza soluzioni per lo sblocco degli asset.

Nel frattempo il consiglio di amministrazione dell'azienda ha formalmente diffidato e ha avvertito che, in assenza di interventi, dovrà attivare le procedure previste dal codice della crisi d'impresa. I lavoratori parlano di rabbia e di profonda delusione: «Non accetteremo che sia lo Stato, con la sua inerzia, a condurre l'azienda verso il fallimento», dicono.

Rischi ambientali e richieste economiche

I dipendenti sottolineano che il presidio operativo non riguarda solo la tutela dei posti di lavoro: garantire il trattamento delle acque, la barriera idraulica, la sorveglianza del bacino dei fanghi rossi, le bonifiche e la gestione in sicurezza di decine di migliaia di metri cubi di liquido caustico è attività quotidiana dei lavoratori. Se il presidio dovesse fermarsi, avvertono, il danno ambientale per il territorio sarebbe «gravissimo».

La messa in sicurezza e la bonifica, secondo la stima citata dai lavoratori, costerebbero circa 300 milioni di euro, a fronte dei pochi milioni ritenuti necessari oggi per garantire la gestione ordinaria. Per questo la delegazione chiede come obiettivo minimo lo stanziamento immediato delle risorse necessarie alla gestione operativa dello stabilimento fino a fine anno, e comunque fino a quando non emergerà una soluzione strutturale.

I lavoratori annunciano che, finché non saranno definite responsabilità e prospettive concrete, continueranno a presidiare fisicamente la fabbrica. La protesta riprende temi che si erano già manifestati quasi un anno fa e torna a porre al centro la richiesta di ruoli chiari da parte di tutti gli attori istituzionali coinvolti.

L'iniziativa di oggi e le richieste dei lavoratori sono state rese note dall'Agenzia Dire e saranno oggetto del tavolo ministeriale previsto per domani, quando si attende una risposta formale su stanziamenti e prospettive operative.

Fact Check

Prima della pubblicazione, la redazione ha verificato e consultato le fonti elencate di seguito per garantire l'accuratezza delle informazioni riportate.

Fonte:

Verificato il: 22 ottobre 2026

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