Risparmio privato c’è, ma le imprese sono pronte ad aprire il capitale? Il monito di Ubaldo Livolsi
Il professore di Corporate Finance avverte: senza apertura del capitale e managerializzazione il risparmio fatica a trasformarsi in crescita produttiva.
ROMA — Il risparmio privato esiste, ma rischia di rimanere inattivo se le imprese non accetteranno di aprire il capitale e di trasformarsi. Lo sostiene Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners, che rilancia la riflessione avviata anche da Lucrezia Reichlin sul ruolo della crescita nell'agenda economica italiana. Secondo Livolsi, la discussione sul finanziamento della crescita non può limitarsi all'offerta di capitale; bisogna considerare anche la disponibilità delle imprese ad accogliere investitori esterni e nuove competenze.
Perché il capitale non entra nelle imprese familiari
Livolsi pone una serie di domande centrali: quali progetti si intendono finanziare, quali cambiamenti si è disposti ad affrontare e quanto pesa la volontà di mantenere il controllo sulla proprietà. Il modello dell'impresa familiare ha contribuito in modo determinante allo sviluppo italiano, costruendo competenze e relazioni commerciali; tuttavia, quando la priorità è la continuità della proprietà, si rischia di limitare gli investimenti, rinviare l'ingresso di competenze manageriali o rinunciare a aggregazioni industriali che potrebbero aumentare scala e competitività. Aprire il capitale implica, osserva Livolsi, una maggiore trasparenza, la condivisione di decisioni e talvolta una separazione più netta tra proprietà e gestione: passaggi impegnativi per chi ha fondato e guidato l'azienda per anni.
Risparmio, strumenti finanziari e produttività
Il legame tra risparmio e produttività è, per Livolsi, evidente: acquistare macchinari o introdurre sistemi digitali produce benefici duraturi solo se l'investimento è accompagnato da formazione, competenze manageriali e riorganizzazione del lavoro. Il capitale deve sostenere l'intero processo di trasformazione, non limitarsi a finanziare beni strumentali. Per questo motivo gli operatori finanziari devono offrire strumenti coerenti con i tempi industriali e apportare non solo denaro, ma anche competenze e relazioni utili all'internazionalizzazione. In questo quadro il consolidamento bancario può giocare un ruolo positivo: gruppi più solidi possono sostenere operazioni complesse e facilitare l'accesso ai mercati dei capitali, trasformando risparmio privato in sviluppo produttivo.
Il ruolo della politica e delle politiche pubbliche
La politica, secondo Livolsi, deve creare un contesto che favorisca investimenti di lungo periodo: regole stabili, procedure semplificate e tempi amministrativi prevedibili. Va inoltre evitato che incentivi e agevolazioni incoraggino il mantenimento di dimensioni ridotte piuttosto che la crescita, rendendo meno conveniente aprire il capitale. Le politiche pubbliche devono accompagnare la managerializzazione e la formazione, rendendo più accessibile il passaggio verso forme di governance che facilitino l'investimento esterno e l'innovazione.
Per Livolsi la sfida è dunque collettiva: imprenditori, operatori finanziari e istituzioni devono collaborare per trasformare il patrimonio di risparmio italiano in nuova capacità produttiva, con effetti positivi su salari, occupazione e competitività. Senza questo adattamento, avverte il professore, il capitale rischia di restare fermo mentre le opportunità di crescita produttiva e tecnologica vengono perse.
Fact Check
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Verificato il: 21 ottobre 2026