Il voto Usa indebolisce Netanyahu e dà fiato all'opposizione israeliana
I risultati delle midterm rilanciano i leader centristi israeliani: accuse su sicurezza, democrazia e rapporto con l'alleato americano.
Lo tsunami delle midterm americane si è riversato anche su Tel Aviv: i risultati Usa vengono letti come un indebolimento del premier Benjamin Netanyahu e come un nuovo argomento a favore dei leader dell'opposizione israeliana. Secondo l'articolo dell'Agenzia Dire, la sconfitta elettorale in America ha ridotto la portata dell'endorsement di Donald Trump, un sostegno che in Israele era stato presentato come decisivo per la leadership di Netanyahu.
L'analisi mette in evidenza una componente significativa del voto americano: una spinta critica verso le politiche israeliane, in particolare tra i giovani della cosiddetta Generazione Z, che avrebbe favorito i candidati Democratici più critici nei confronti del governo israeliano e dei ministri dell'estrema destra come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. L'articolo cita come esempio il caso di Abdul El-Sayed in Michigan, presentato come segnale della mobilitazione di un elettorato orientato al cambiamento.
Le reazioni politiche a Gerusalemme sono state immediate. Su X Yair Lapid, leader centrista, ha sostenuto che le osservazioni del capo dello Shin Bet, Pavel Zini, sommate ai risultati americani, "escludono di fatto qualsiasi possibilità di un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu". Per Lapid, il quadro elettorale internazionale pesa sugli equilibri interni e mina la legittimazione di una leadership che identifica gli interessi nazionali con quelli personali del premier.
Più netto il commento di Yair Golan, presidente dei Democratici: a suo avviso i risultati delle midterm mostrerebbero che "Netanyahu è diventato una figura tossica sia per i Democratici che per i Repubblicani" e, se lui e Ben-Gvir rimanessero al potere, Israele rischierebbe sanzioni, isolamento internazionale e un conflitto diplomatico con gli Stati Uniti, definito dall'articolo l'alleato più importante di Israele.
Scenari politici a Gerusalemme
Secondo il pezzo, i giochi politici in Israele restano aperti: si profila la possibilità di un governo di unità sionista senza l'estrema destra, un governo di minoranza guidato dall'ex capo di stato maggiore Benny Gantz (Eisenkot nell'articolo), con appoggio esterno delle due liste arabe, oppure elezioni anticipate. Le formazioni ultraortodosse avrebbero dichiarato di non essere vincolate ad alcun blocco, complicando ulteriormente la formazione di coalizioni.
L'articolo sottolinea infine il possibile impatto sui Accordi di Abramo e sulle relazioni con le petromonarchie del Golfo: la politica della "guerra eterna" promossa dal governo attuale avrebbe indebolito la spinta verso l'integrazione regionale promossa dall'ex amministrazione Trump. In questo quadro, la perdita di forza politica di Trump negli Usa indebolirebbe anche la posizione internazionale di Netanyahu, rimettendo in discussione strategie diplomatiche e accordi strategici.
Le valutazioni raccolte nel pezzo evidenziano una lettura secondo cui l'alleanza tra Stati Uniti e Israele non è univocamente legata a singoli leader, ma a interessi geopolitici e a una condivisione di valori occidentali. Tuttavia, prosegue l'articolo, la presenza di fratture interne e il cambiamento degli equilibri internazionali rendono la fase politica israeliana particolarmente instabile e soggetta a sviluppi rapidi.
Gli sviluppi delle prossime settimane saranno determinanti per capire se la perdita di consensi di figure chiave a Washington si tradurrà effettivamente in un ridimensionamento del potere di Netanyahu a Gerusalemme e in una ridefinizione degli allineamenti politici interni ed esterni a Israele.
Fact Check
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Verificato il: 05 novembre 2026