Livolsi: 'L'export resiste, ma non basta — la vera sfida è far crescere la produttività del Paese'
Il professor Livolsi avverte: export solido ma crescita annua limitata; servono investimenti, salari reali e imprese più grandi.
Roma — Il professor Ubaldo Livolsi osserva che l'export italiano ha mostrato una capacità di tenuta superiore alle attese, ma avverte che questo non è più sufficiente per garantire una crescita sostenuta del Paese. Secondo Livolsi, nonostante le performance di alcune filiere, il Pil italiano rimane destinato a crescere in modo contenuto senza un profondo cambiamento strutturale.
Perché l'export non basta
Per molti mesi il dibattito si è concentrato sui rischi legati ai dazi e alle tensioni commerciali; tuttavia, le esportazioni hanno tenuto grazie anche a fattori eccezionali come l'anticipo degli acquisti da parte di clienti statunitensi e all'ottima performance di comparti specifici. Pur contribuendo positivamente alla crescita nel primo trimestre del 2026, le stime di Governo, Banca d'Italia, Commissione europea, Fmi e Ocse restano tra lo 0,5% e lo 0,6% annuo, un livello ben lontano dalle economie più dinamiche.
Il quadro evidenzia una contraddizione: il Made in Italy conserva posizioni di rilievo nei mercati internazionali — dalla meccanica all'agroalimentare, dalla farmaceutica ai beni d'investimento — ma questa competitività internazionale non si traduce automaticamente in una crescita interna robusta e duratura.
Le proposte di Livolsi
Secondo il fondatore della Livolsi & Partners, la competizione globale sta cambiando: negli Stati Uniti si mobilitano investimenti massicci su intelligenza artificiale, semiconduttori e infrastrutture energetiche; la Cina punta su una pianificazione industriale di lungo periodo e sul controllo delle filiere strategiche. Anche l'Europa ha riconosciuto che la futura competitività dipenderà dalla capacità di mobilitare capitali, innovazione e investimenti comuni, non solo dalle vendite sui mercati esteri.
Per l'Italia, spiega Livolsi, la leva da attivare comprende una maggiore produttività, imprese di dimensioni adeguate, investimenti costanti in innovazione, digitalizzazione, capitale umano ed energia competitiva. Senza questi elementi, l'export rischia di restare un indicatore isolato della qualità industriale senza trainare una crescita economica strutturale.
La riforma del sistema produttivo, secondo l'analisi, dovrebbe mirare a trasformare la forza commerciale in un progetto di crescita più ampio: aumentare la capacità produttiva e tecnologica, favorire aggregazioni e crescita dimensionale delle imprese, e promuovere una domanda interna più dinamica sostenuta da una crescita dei salari reali coerente con gli incrementi di produttività.
L'autore sottolinea infine i principali rischi: l'esposizione alle fluttuazioni del commercio internazionale se non si investe in resilienza tecnologica e infrastrutturale; e il pericolo che la scarsa mobilitazione di capitale e la frammentazione aziendale frenino la capacità di competere sulle tecnologie del futuro. Per Livolsi, dunque, la sfida non è semplicemente vendere di più nel mondo, ma costruire un sistema economico capace di innovare, investire e crescere di più.
Fact Check
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Fonte:
Verificato il: 15 luglio 2026