"Occidente o niente", il nuovo libro di Mario Sechi e l'elogio dell'atlantismo tra Roma, Atene, Gerusalemme e Washington

(Adnkronos) - "Questo è un libro sull'atlantismo, un suo elogio e, sopra ogni cosa, un necrologio dei suoi nemici. Non è un falò delle vanità, anche se del radical chic qualcosa dovrò pur raccontare. Queste pagine sono un'espansione, un prolungame

A cura di Adnkronos Redazione
24 settembre 2026 18:00
"Occidente o niente", il nuovo libro di Mario Sechi e l'elogio dell'atlantismo tra Roma, Atene, Gerusalemme e Washington -
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(Adnkronos) - "Questo è un libro sull'atlantismo, un suo elogio e, sopra ogni cosa, un necrologio dei suoi nemici. Non è un falò delle vanità, anche se del radical chic qualcosa dovrò pur raccontare. Queste pagine sono un'espansione, un prolungamento dei miei taccuini di cronista, sono un frammento d'esperienza, l'incidente tipografico della mia fortunata nascita in una terra chiamata libertà, tra l'America e l'Europa delle nazioni (quella prima e dopo la sbornia dell'europeismo senza tradizione). Il mio 'posto delle fragole', il luogo della vita che compare nel film di Ingmar Bergman". Non è un saggio nel senso tradizionale della parola "Occidente o niente. Elogio dell'atlantismo" (Piemme, 319 pagg, 19,90 euro), l'ultima fatica letteraria di Mario Sechi, direttore di diversi quotidiani e da pochi giorni alla guida dell'agenzia Dire, dopo l'esperienza alla direzione dell'Agi.  

"Il libro arriva nel momento esatto in cui l'America comincia a chiedersi se l'Occidente le convenga ancora, e le due fedeltà - atlantica ed europea - che per settant'anni erano state una cosa sola oggi cominciano a separarsi. La tesi va controcorrente sia rispetto all'antiamericanismo di sinistra sia rispetto al sovranismo che vorrebbe un Occidente à la carte", si legge sulla quarta di copertina. E in effetti quella di Sechi è innanzitutto una riflessione sull'identità. Sulla nostra identità, che, inevitabilmente, passa da Atene, Roma e Gerusalemme, prima ancora che da Washington. Una lettura scorrevole, che offre in coda anche una mappa delle opere letterarie, pittoriche, televisive, cinematografiche e musicali che "dicono qualcosa di vero sull'Occidente" (dunque, ancora una volta su di noi) e "sul perché vale la pena difenderlo": dalla Bibbia ad Heidegger ("L'inizio della filosofia occidentale"), da 'La grande guerra' di Monicelli alla serie cult Fauda, dal canto libero di Battisti e Mogol al Va' pensiero di Verdi, da I bari di Caravaggio alla Nike di Samotracia.  

Per il resto Sechi racconta. E racconta - da cronista, con una prosa agile e provocatoria - ciò che ha visto in prima persona. Lo Studio Ovale, il pranzo con Zelensky e Netanyahu a Palazzo Chigi, la firma di Kissinger a Washington sulle sue memorie, Putin sullo schermo all'alba. E poi Berlusconi, Cossiga, Conte. E la sua storia personale: "Sono nato in mezzo al Mediterraneo", rivendica, spiegando come la sua Sardegna sia "al centro di tutto e al confine di tutto", un'isola "incastonata nel Mare Nostrum". Ed è proprio nella centralità del Mare Nostrum che nasce l'atlantismo di Sechi: "Non una formula di politica estera", ma "l'identità dell'Italia e dell'Occidente". Dunque, "una scelta di civiltà, non di campo", per la quale ogni leader che l'ha tenuta ferma - da Bernabei a Cossiga, da Berlusconi a Meloni - "ha pagato un prezzo personale".  

 

Un'identità talvolta rimossa dalla "nostra nazione incompiuta", spiega Sechi, parlando del 25 aprile. Una data che, nelle sue manifestazioni di piazza, "riflette chi siamo diventati": "Le bandiere di Hezbollah e il no a quella dell'Ucraina; l'urlo 'siete solo saponette mancate' scagliato contro gli ebrei circondati nel centro di Milano: non sono incidenti, non sono frangia, non sono folclore dell'estremo. Se andiamo indietro nel tempo, l'orrore e l'errore sono una costante di quella data. Sono il prodotto di un processo lungo, paziente, sistematico: la colonizzazione della sinistra italiana da parte di un'ideologia che ha fatto del nemico del proprio nemico il proprio eroe, qualunque cosa faccia, qualunque sangue versi".  

Nel saggio il direttore della Dire, da buon liberale, svela anche, con una certa dose di ironia, la "tattica di combattimento" per interagire nelle conversazioni più difficili in tempi di pensiero unico, suggerendo una serie di risposte sui temi più scottanti, da Israele a Trump, fino all'"essere di destra": "Se proprio avete deciso di andare alla guerra del cenacolo degli intellettuali che vi inchiodano alla loro granitica opinione su Trump, Bibi, la guerra, il genocidio, tutto lo sciocchezzaio orrendo che hanno costruito in questi anni, allora preparatevi - scrive nel capitolo che porta come titolo 'Tattica di combattimento. A cena coi compagni' - Questa è solo una parte dell'arsenale che serve per ridurre l'intelligente a prescindere in uno stato di prostrazione e rabbia permanente. Non ne uscirete vincitori ma statene certi, rovinerete la serata a tutti prima che la realtà delle vostre inimicizie, travestite da baci e abbracci, rovini su di voi. Con gioia infinita".  

Fact Check

Prima della pubblicazione, la redazione ha verificato e consultato le fonti elencate di seguito per garantire l'accuratezza delle informazioni riportate.

Fonte:

Verificato il: 24 settembre 2026

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