Zaki: «In Egitto migliaia come Regeni in carcere. Non vedo segnali»
Patrick Zaki avverte che la guerra in Medio Oriente e il calo della pressione internazionale hanno peggiorato la sorte dei prigionieri di coscienza in Egitto.
Nel giorno in cui è attesa la sentenza di primo grado per la morte di Giulio Regeni, l'attivista egiziano Patrick Zaki lancia un allarme: «In Egitto ci sono migliaia di persone in carcere come Regeni per le loro idee. Non vedo segnali». Zaki, che ha vissuto una vicenda giudiziaria e politica complessa, parla della questione come di un fenomeno più ampio rispetto al singolo caso.
Il processo per il caso Regeni, che vede imputati quattro agenti dei servizi egiziani, resta al centro dell'attenzione pubblica italiana proprio mentre la sentenza è prevista oggi: la vicenda viene ricordata come emblema delle richieste di giustizia e trasparenza. Zaki definisce il «caso Regeni» unico per la sua risonanza internazionale, ma sottolinea che a Regeni è stato persino negato il diritto di attendere: «vista la circostanza di quanto gli è successo».
Le parole di Zaki e il suo percorso
Zaki, che continua l'attivismo per i diritti umani dall'Italia e sta proseguendo il dottorato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, ricorda la sua esperienza personale: arrestato nel 2020 mentre era ricercatore all'Università di Bologna, ha trascorso oltre due anni in carcere in Egitto. Oggi concilia l'impegno accademico con la mobilitazione per i diritti nel suo paese d'origine.
L'attivista sottolinea che lo scoppio della guerra in Medio Oriente ha avuto un impatto diretto: «la situazione è ulteriormente peggiorata», afferma, perché le pressioni internazionali si sono indebolite e molti Stati hanno privilegiato il mantenimento di buoni rapporti con l'Egitto rispetto alle rivendicazioni sui prigionieri di coscienza.
Zaki denuncia che esistono «migliaia di prigionieri di coscienza la cui sorte è diversa da quella di Regeni, poiché nessuno sa della loro esistenza». La distinzione, secondo lui, è tra casi noti e casi che restano nell'ombra: questo crea una disparità di attenzione e di possibilità di ottenere giustizia.
Dal punto di vista politico e giudiziario, le affermazioni di Zaki evidenziano una tensione tra il richiamo ai diritti umani e le realpolitik dei rapporti internazionali. La mobilitazione civile italiana, che ha dato voce al caso Regeni, rimane un riferimento, ma secondo l'attivista oggi manca una strategia internazionale coerente per affrontare la sorte dei prigionieri in Egitto.
Mentre i cittadini e le organizzazioni attendono la pronuncia del tribunale, il monito di Zaki rimette al centro il tema delle garanzie processuali, della tutela dei diritti fondamentali e della necessità di non lasciare nell'oblio le vittime meno visibili.
Fact Check
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Verificato il: 28 settembre 2026