Dieci anni fa il terremoto nel Centro Italia, Musumeci: "Dal 2027 si chiude l'emergenza, nel Paese manca ancora la prevenzione"

(Adnkronos) - A dieci anni dal terremoto del Centro Italia, il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci interviene con l'Adnkronos sulla ricostruzione e sui tempi della fase post-sisma. "Ricostruire dopo una calamità in Italia costa tanto

A cura di Adnkronos Redazione
23 agosto 2026 14:29
Dieci anni fa il terremoto nel Centro Italia, Musumeci: "Dal 2027 si chiude l'emergenza, nel Paese manca ancora la prevenzione" -
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(Adnkronos) - A dieci anni dal terremoto del Centro Italia, il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci interviene con l'Adnkronos sulla ricostruzione e sui tempi della fase post-sisma. "Ricostruire dopo una calamità in Italia costa tanto e dura tanto", osserva il ministro, che rivendica il nuovo "codice della ricostruzione" e annuncia che "dal 1° di gennaio del 2027 si chiude lo stato di emergenza". Sul fronte della sicurezza, il giudizio è netto: "L'Italia non è un Paese fatto per la prevenzione". 

Ministro, sono passati dieci anni da quella notte. Che ricordo conserva del terremoto di Amatrice e dei giorni che seguirono? C'è un'immagine o un momento di quei giorni che, più di altri, le è rimasto impresso? 

"Per chi è nato e ha trascorso buona parte della propria vita in Sicilia, le immagini del post-terremoto richiamano sempre alla mia infanzia, al sisma della Valle del Belice nel 1968. Più o meno le immagini sono le stesse: dolore, morte, spaesamento. La corsa per salvare i superstiti, i primi provvedimenti e poi la fase della ricostruzione che nel Belice è durata tantissimi anni. 

E il terremoto del 2016, le ricordo, fu cadenzato da 5 episodi sismici, l'uno diverso dall'altro. Parliamo di un'area che ha coinvolto 4 regioni, quasi 180 comuni. Fu un evento davvero triste, che stimolò una gara di solidarietà assolutamente ammirevole da parte non soltanto del sistema nazionale di protezione civile. 

E i 10 anni servono a ricordare innanzitutto le vittime ma servono anche a fare un consuntivo, perché ogni ricorrenza deve anche rappresentare un momento di riflessione per guardare avanti, fare meglio e fare di più". 

A dieci anni dal terremoto, secondo il report di ActionAid il 66,3% dei 3.667 interventi di edilizia pubblica programmati nel cratere non è ancora entrato nella fase di esecuzione dei lavori. Come si spiega un ritardo di queste dimensioni e quali sono oggi i tempi realistici per completare la ricostruzione pubblica? 

"Lo dico con grande schiettezza: ricostruire dopo una calamità in Italia costa tanto e dura tanto. Non si tratta soltanto di ricostruire una casa nuova, ma di ricostruire una città distrutta. Non si debbono soltanto rifare i muri e i tetti, bisogna pensare alle strade, ai sottoservizi, alle chiese, agli edifici pubblici, alle attività economiche. 

Non basta ricostruire quel che è stato distrutto. Va ricostruito meglio, preoccupandoci di conservare il più possibile l'identità dei luoghi distrutti. Tenga conto che nel caso del Centro Italia negli ultimi 4 anni è stato recuperato tantissimo tempo perduto nel passato. Non dimentichiamo che in questi 10 anni c'è stato il Covid per 2 anni, che la guerra in Ucraina ha determinato una lievitazione dei costi e che fino a qualche anno fa ancora ad Amatrice dovevano essere rimosse le macerie. 

L'obiettivo adesso non è cercare responsabilità nel passato, ma capire dalla lezione del passato come possiamo fare meglio e fare di più. Stiamo uscendo dall'emergenza. Dal 2025 l'Italia si è dato un codice della ricostruzione, cioè una norma omogenea dal Nord al Sud. È una procedura che affida responsabilità agli enti locali, alle Regioni, ma consente anche al commissario straordinario procedure particolarmente celeri". 

Ad Amatrice, circa l'80% degli sfollati vive ancora in abitazioni di emergenza. Sono tante persone. 

"Una cosa è la ricostruzione pubblica, una cosa è quella privata. Le case approntate dallo Stato, dignitose per quanto precarie, intanto consentono di avere un tetto a chi purtroppo lo ha perso in quella occasione. 

Io mi auguro che prima possibile queste casette possano essere abbandonate per poter consentire alle famiglie di tornare nelle proprie case, che saranno più sicure, o se si vuole, meno esposte al rischio rispetto al passato. 

Oggi abbiamo le tecnologie che ci consentono di costruire molto più velocemente rispetto a 50 anni fa, ma le procedure possono rendere molto più lunga la decisione di costruire. Il tempo non si perde quando si apre un cantiere, ma prima ancora che si possa aprire il cantiere, per una sovrapposizione di competenze, di norme, di trasparenze, di procedure alle quali bisogna far fronte. 

Sarebbe auspicabile che un provvedimento e un accertamento venisse effettuato una sola volta e non invece 3-4 volte da amministrazioni diverse". 

Alla luce delle difficoltà emerse nella ricostruzione, ritiene necessario intervenire ancora sul piano normativo per rendere più rapide ed efficienti le procedure? 

"Il codice della ricostruzione, sulle esperienze maturate nelle precedenti ricostruzioni in Italia, stabilisce finalmente chi deve fare cosa. E per ogni cosa da fare il tempo massimo entro cui va fatta. Non c'è bisogno di nuove leggi. 

Dal 1° di gennaio del 2027 si chiude lo stato di emergenza, come prevede il codice di protezione civile e si apre lo stato di ricostruzione, che naturalmente si aggancia alla fase di ricostruzione gestita dal commissario straordinario Guido Castelli. 

Quindi il tema è accelerare, sì, ma al tempo stesso rispettare le norme e soprattutto tenere conto che la ricostruzione deve mettere assieme una serie di requisiti che richiedono inevitabilmente del tempo. Pianificare un'area distrutta non significa ricostruire com'era e dov'era. Significa ricostruirla in sicurezza, il più possibile sicura. E al tempo stesso conservare l'identità del luogo. 

Eppure la fiducia non si è persa in molti di quei territori. I dati ci dicono che c'è un ritorno degli abitanti. Vuol dire che l'intervento dello Stato costituisce una speranza concreta per quella gente che vuole tornare nei luoghi in cui è nata e in cui ha trascorso buona parte della propria vita. 

Perché poi, dopo aver ricostruito una città, bisogna anche metterci l'anima. Non basta la sola città. Non serve ricostruire una chiesa dove nessuno andrà mai a messa. Non serve costruire una scuola dove non ci sarà mai un bambino. Quindi il tema è non solo ricostruire bene e velocemente, ma varare un progetto di sviluppo e di crescita che ridia speranza alla gente che si è allontanata dalla città". 

Il terremoto di Amatrice mostrò dieci anni fa ancora una volta la fragilità del patrimonio edilizio italiano. Dopo dieci anni, secondo lei, quanto è cambiata la cultura della prevenzione? 

"Molto poco. L'Italia non è un paese fatto per la prevenzione, e lo dico perché dopo 4 anni alla guida di questa complessa realtà ministeriale, ho potuto conoscere dal Nord al Sud le realtà, molte delle quali non hanno la percezione del rischio. 

Noi ci commuoviamo dopo ogni evento, partecipiamo con sincero trasporto, ma dopo qualche giorno rimuoviamo. Non percepiamo il rischio perché non lo vediamo, e quando lo vediamo siamo convinti che a occuparsene debbano essere sempre gli altri. 

Noi italiani chiediamo al comune, alla regione, allo Stato sicurezza, ma non facciamo nulla per produrla. Come si produce? Intanto preoccupandosi di capire se vivi in una casa a rischio sismico, se puoi consolidarla, se puoi adeguarla alle norme, se vivi in una casa a rischio esondazioni, se vivi in un contesto particolarmente vulnerabile, se partecipi alle esercitazioni indette dalle istituzioni. 

Il primo agente, il primo volontario di protezione civile è il cittadino, perché nel momento dell'emergenza non ci sarà il Dipartimento Nazionale a prenderti per mano e a tirarti fuori dal pericolo. Certo, la protezione civile arriva dopo, quando il danno è già fatto. Per il governo Meloni, 'prevenzione' è diventata una sorta di parola d'ordine. Parlo di prevenzione strutturale e non strutturale. È quella che abbiamo avviato per esempio ai Campi Flegrei, che in passato è mancata. Ma anche lì non c'è ancora una chiara percezione del rischio. 

Anche per questo noi dovremo continuare a fare i conti con le emergenze fino a quando si capirà, spero presto, che prevenire è molto meglio che ricostruire. Non solo, ma costa molto di meno". 

Fact Check

Prima della pubblicazione, la redazione ha verificato e consultato le fonti elencate di seguito per garantire l'accuratezza delle informazioni riportate.

Fonte:

Verificato il: 23 agosto 2026

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