I soccorsi, la fatica e la gioia per le vite salvate: i ricordi dei vigili del fuoco a 10 anni dal terremoto del Centro Italia
(Adnkronos) - L'allarme in piena notte, le città ridotte a un deserto di macerie, i soccorsi, la paura, la fatica, la gioia immensa per essere riusciti a strappare una vita alla furia devastante del terremoto: a dieci anni dal sisma che sconvolse
(Adnkronos) - L'allarme in piena notte, le città ridotte a un deserto di macerie, i soccorsi, la paura, la fatica, la gioia immensa per essere riusciti a strappare una vita alla furia devastante del terremoto: a dieci anni dal sisma che sconvolse il Centro Italia, la tragedia è ancora vivissima nei ricordi e nelle parole dei vigili del fuoco che intervennero in quelle ore concitate per una missione di soccorso che ha segnato le loro vite in maniera indelebile.
AMATRICE DISTRUTTA, IL SALVATAGGIO DELLA PICCOLA GIULIA
Quando è riuscito a estrarre dalle macerie di Amatrice la piccola Giulia era già giorno inoltrato. Da ore, però, Mauro D'Angeli, vigile del fuoco all'epoca in servizio al Comando di Rieti, stava scavando tra gli edifici sventrati dal sisma di magnitudo 6 che il 24 agosto del 2016 devastò il Centro Italia. Prima della bambina, dai cumuli di pietre e travi, aveva tirato fuori una coppia: dormivano quando la terra ha tremato. "Il marito ce l'aveva fatta, la moglie purtroppo no. Fu il primo intervento di quel giorno", ricorda oggi, ripercorrendo con l'Adnkronos quegli istanti terribili. Quella notte lui era a casa, libero dal servizio. "Mi sono precipitato in caserma, come tanti altri miei colleghi che avevano finito il turno. Tutti, anche chi era in ferie, si è arrivato in fretta e furia. Alcune squadre erano già partite, dopo pochi istanti anche io ero in viaggio per Amatrice".
Raggiungere il piccolo Comune fu già un'impresa. "Alcuni viadotti, come il Ponte a Tre Occhi erano danneggiati. Pesantemente danneggiati", dice. Percorrere quei ponti non era sicuro ma non c'era scelta, occorreva fare presto. "Quando siamo arrivati era ancora buio e non avevamo ancora ben chiara la situazione". Le proporzioni del disastro, però, si rivelarono in tutta la loro drammaticità pochi istanti dopo. "Quando abbiamo acceso la colonna fari del nostro mezzo, illuminando corso Umberto, ci siamo resi conto del disastro: davanti a noi tutti gli edifici erano implosi, crollati sotto la furia del sisma. Attorno a noi, sotto i cumuli di pietre, si sentivano le richieste di aiuto e i lamenti".
Chi era riuscito a salvarsi implorava aiuto per familiari o conoscenti. La squadra di Mauro D'Angeli era composta da cinque vigili del fuoco. "All'inizio abbiamo operato tutti insieme, ma le richieste erano talmente tante che ci siamo dovuti dividere". Più squadre in una corsa contro il tempo per salvare più vite possibili. Ad Amatrice non tutte le case erano abitate. "Chi era riuscito a uscire in tempo dalle abitazioni diventate polvere ci indicava i punti in cui si sarebbero potuti trovare dei sopravvissuti". Della casa della piccola Giulia non era rimasto in piedi più nulla. "Un conoscente continuava a chiamare la bambina, sentivamo la sua voce e abbiamo iniziato a scavare". A mani nude, con cautela, per evitare ogni altro possibile crollo che potesse essere fatale. Quando finalmente si è aperto un varco, Mauro D'Angeli l'ha tirata fuori. Un lungo abbraccio e una dolcissima carezza. "Un'emozione che sento ancora fortissima", dice D'Angeli, oggi in pensione. Ripensando a quei giorni, però, resta il rammarico. "Per chi non siamo riusciti a salvare". Come il fratellino di Giulia e la sua mamma. "A chi non ce l'ha fatta pensi spesso - ammette -. E' inevitabile, soprattutto se si tratta di bambini". Altre volte Mauro D'Angeli si è ritrovato a operare in scenari drammatici, dal sisma dell'Emilia a quello dell'Aquila. "In situazioni simili è necessario restare concentrati e 'freddi'. L'esperienza e l'addestramento aiutano. Farsi prendere dell'emozione non è contemplato. Poi, tornati a casa, però, a quelle vite spezzate ci ripensi. Sempre".
ARQUATA DEL TRONTO, L'ABBRACCIO DI UNA NONNA: "GRAZIE PER AVER SALVATO I MIEI NIPOTINI"
"Quando in piena notte siamo arrivati all'ingresso del paese ci siamo trovati davanti una casa, in parte crollata ma ancora in piedi. Sono bastati pochi metri, però, per renderci conto del disastro: tutt'attorno c'erano solo nuvole di polvere e null'altro". Il 24 agosto del 2016, poco dopo le 3 di notte una scossa di terremoto di magnitudo 6 ha seminato morte e devastazione nel Centro Italia: l’epicentro nella valle del fiume Tronto, tra Accumoli (Rieti) e Arquata del Tronto. Danilo Dionisi, vigile del fuoco in servizio all'epoca al Comando di Ascoli, fu tra i primi a raggiungere il piccolo Comune delle Marche. "Le abitazioni non esistevano più, rase al suolo come in un bombardamento", ricorda oggi con l'Adnkronos. Una cinquantina le vittime ad Arquata, quasi tutte nella frazione di Pescara del Tronto. "Quella notte ero a casa, dopo la scossa, forte e prolungata, mi vestii in fretta e furia e raggiunsi immediatamente la caserma. Le prime richieste di aiuto arrivarono da Amatrice e da Accumoli, una squadra dal nostro Comando fu inviata lì. Passarono pochi minuti e gli sos iniziarono anche per Arquata".
In caserma alla spicciolata arrivarono anche altri colleghi di Danilo. "Tutti avevamo compreso che era accaduto qualcosa di grave. Non c'era tempo da perdere". Quando la sua squadra raggiunse Arquata del Tronto era buio pesto. "Passavamo tra le macerie, sopra i tetti, seguendo le indicazioni dei sopravvissuti che ci indicavano le case crollate in cui c'erano persone sotto i cumuli di detriti". Per ore Danilo ha scavato. "Persi la cognizione del tempo, sapevo solo che dovevamo scavare per salvare più persone possibile. Fino alle 13, ininterrottamente, proseguii a farlo. Non appena tiravamo fuori qualcuno, ci spostavamo per rispondere a una nuova richiesta. Non saprei neppure dire quante persone con precisione estrassi dalle macerie". Mani che aiutano altre mani in una staffetta di umanità. "Insieme al mio collega avevamo appena salvato una donna, era rimasta schiacciata sotto la porta d'ingresso di casa, quando ci chiamarono: 'Correte, correte. Lì ci sono tre persone vive, una nonna con due bambini, stanno chiedendo aiuto'".
Un'operazione di soccorso "lunga e complessa", ricorda oggi il vigile del fuoco. "Scavammo un tunnel tra le macerie, raggiungendo la stanza in cui si trovavano i due bimbi e la donna. Uno dei due piccoli lo tirammo subito fuori". Raggiungere l'altro, invece, bloccato sotto il letto insieme alla nonna fu più difficile. "Dovemmo aprire un varco dal tetto o da quello che ne era rimasto. Quando siamo riusciti a estrarli entrambi vivi, la donna mi ha stretto in un abbraccio. 'Grazie per aver salvato i miei nipotini', continuava a ripetermi. Suo marito non ce l'aveva fatta, ma almeno i piccoli erano vivi". A distanza di dieci anni il ricordo commuove ancora. "Non ci si abitua mai", ammette Danilo, in servizio nel Corpo dal 1997. Poi si schermisce. "Non siamo eroi. Siamo addestrati a salvare vite e a dare il meglio di noi. In ogni situazione".
Fact Check
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Verificato il: 21 agosto 2026